La professione di interprete spesso è associata a quella di traduttore sottovalutando le sfumature differenti che appartengono alle due categorie di professionisti. Si tratta di un problema di ordine giuridico: le due sono confuse perché per la legge non le disciplina, non esistono per queste due figure professionali albi, né ordini professionali.
L’interprete è il professionista che viaggia molto, è dotato di grande capacità di problem solving, in quanto lavora continuamente sotto pressione, deve essere rapido, capace di adeguarsi agli argomenti e ai linguaggi più disparati. Il traduttore, invece spesso lavora presso la sua abitazione, in casa, servendosi di computer e connessione Internet. Anche quando riceve incarichi urgenti, il traduttore ha il tempo di meditare su ogni termine, analizzando il contesto, per essere fedele all’originale sia nel linguaggio, sia nello stile.
Solitamente conosce in maniera approfondita la materia o il genere letterario che è abituato a tradurre. Le figure dell’interprete e del traduttore si trovano ad operare in ambiti differenti:
- area tecnico-scientifica
- editoria
- Traduttori-adattatori
- Interpreti di conferenza
- Interpreti di trattativa.
Esistono tecniche specifiche che l’interprete apprende a scuola e perfeziona successivamente solo con la pratica.
E’ il caso dell’interprete di conferenza (o «parlamentare»), che deve saper lavorare in cabina di simultanea oppure in consecutiva, traducendo in tempo reale brani di discorso dopo aver preso appunti con un sistema personale di simboli e abbreviazioni.
A volte può essere scelto per effettuare lo chuchotage: una simultanea sussurrata all’orecchio dell’ascoltatore. Per diventare interprete o traduttore bisogna studiare in maniera approfondita le lingue, ma anche avere una buona cultura di base e perfetta padronanza delle tecniche di traduzione o di interpretariato.
Un buon professionista si specializza nelle lingue viaggiando molto all’estero per perfezionare le lingue e nello stesso tempo per conoscere usi, tradizioni, costumi, stile di vita e si concentra in almeno un linguaggio tecnico/ settoriale.
Un buon interprete inoltre deve tenersi costantemente aggiornato su tecniche e terminologie. Il percorso di studi indicato per diventare interprete è a laurea in interpretariato o in traduzione, che si può conseguire in molti atenei italiani, tra cui i principali di Trieste e Forlì, tra i più riconosciuti. Per interpreti e traduttori è difficile decretare quale sia la «combinazione linguistica» che garantisce maggiori sbocchi lavorativi. In primo luogo per la diffusione dell’inglese che, soprattutto in ambito scientifico, rende spesso «inutili» molte traduzioni.
L’inglese resta la lingua più richiesta sia per l’interpretazione, che per la traduzione, seguito da tedesco, francese e spagnolo. Sempre crescenti sono invece le opportunità in campo economico per chi conosce il russo o il giapponese, grazie all’apertura verso questi nuovi mercati da parte dei paesi occidentali.
Per chi aspira a lavorare presso le istituzioni europee, in qualità di free-lance o dipendente, dovrebbe invece puntare su greco, danese, finlandese e svedese.